Sandra Ippoliti: La fragile musica dei sogni – intervista di Maurizio Narciso
Musica — Da Maurizio Narciso il 26 marzo 2012 13:24Intervista a Sandra Ippoliti
La fragile musica dei sogni
Abbiamo conosciuto Sandra Ippoliti nell’occasione della presentazione romana dell’album solista di Umberto Palazzo “Canzoni della notte e della controra”: ci ha colpito piacevolmente la sensibilità artistica con la quale lo ha accompagnato ma, ancora di più, l’ascolto del suo esordio discografico, totalmente autoprodotto, in bilico tra atmosfere jazzy e armonie folk minimaliste. Per avere un assaggio della sua musica vi consigliamo di ascoltare Le Blues, uno dei brani chiave del lavoro, mentre di seguitoabbiamo approfondito alcune delle tematiche care all’autrice.
Ti sei laureata in archeologia medievale ma poi hai preferito dedicarti in tutto e per tutto alla musica (studio del pianoforte e della chitarra). Raccontaci com’è andata.
Ebbene mi sono laureata nel 2006, ma suonavo già da anni. Ho cominciato a studiare pianoforte all’età di 7 anni ed ho interrotto a 19 per andare all’università. Già da tempo avevo cominciato a strimpellare la chitarra da autodidatta, ma in una maniera un po’ strana. Ero partita da due corde e poi ho aggiunto le altre. Insomma da folli. Il canto invece, me lo porto appresso da immemore tempo, cantavo in un coro, ho avuto diversi gruppi in gioventù, tra cui uno di sole donne… Un’esperienza a tratti agghiacciante e a tratti stupefacente! Ma la musica, da che mi ricordo, è stata sempre molto presente nella mia vita, dunque a 7 esami dalla laurea pensavo di voler intraprendere seriamente questa strada, lasciando definitivamente l’università. I miei mi hanno fatto riflettere sull’importanza di portare a termine le cose, per cui ho terminato l’università e poi ho imposto il mio credo, volente o nolente agli altri e soprattutto a me stessa. Io ancora non ci credo in toto. Vedremo.
Imbracci una chitarra a cinque corde (priva di re), ci spieghi questa particolarità?
La chitarra a 5 corde, che tutti i fonici vorrebbero aggiustare, è un retaggio dell’università. All’epoca suonavo con una chitarra classica di mia madre, costruita a mano nel 1952. Ci tenevo moltissimo. Ma, come si sa, le case universitarie sono dei campi di battaglia e la mia chitarra ha subìto l’attacco di un siculo. Conseguenza, la rottura di una meccanica, quella del re appunto. E da allora ho continuato a scrivere le mie cose senza il re. E non mi dispiace affatto, per cui tutte le mie chitarre, tranne una sono a 5 corde. A livello di resa, trovo il suono molto incerto, aperto, non troppo chiaro e questa idea di incertezza accentua la mia musica nel modo giusto. Piuttosto che le accordature aperte ho preferito questa “tecnica”.
Un esordio discografico – l’album si chiama semplicemente Sandra Ippoliti – molto delicato, otto tracce garbate ed eleganti tenute insieme soprattutto dal tuo cantare “sottovoce” (quando non supportate dalle note della chitarra o del piano). Qual è la genesi di questo lavoro?
La genesi di questo lavoro si perde davvero in un lasso di tempo molto ampio. Diciamo che le tracce spaziano dal 2000 al 2008. Nate da esperienze diverse e tutte molto forti per quanto mi riguarda. C’è di mezzo l’amore, la vita, ma soprattutto lo scorrere del tempo, unico vero asse portante. Quando poi ho deciso di non chiudere il mio lavoro in 4 mura (anche se non è proprio un lavoro in realtà, o almeno non l’ho inteso in questi termini) era già il 2007. Ero libera da tutto e potevo concentrarmi su questa idea folle. Ma tra la fine delle registrazioni e l’uscita sono passati altri 3 anni. E poi insomma, verso primavera del 2011 ho fatto spuntare il mio disco, veicolato dai social network.
E’ un disco in bilico tra blues e folk, sono questi i generi musicali che senti più tuoi?
Adoro il buongusto nelle cose e il buon senso. Adoro le voci femminili, adoro le persone che sono riuscite a far uscire fuori il proprio essere nella musica. Adoro in primis Battisti, davvero il primo che mi ha emozionato, De Andrè, Conte, Modugno, Murolo, Ciampi, Tenco, Drake, Tim Buckley, Alice in Chains, Mark Lanegan, Portishead, Pj Harvey, The Beatles, Bach, Mozart, Monteverdi, Petrassi, Debussy, Jefferson Airplane. Insomma mi piace tutto. Non amo la contraffazione nella musica, non amo chi finge di essere qualcos’altro. Amo la verità delle cose di cui si canta, l’unica che arriva e colpisce.
Il disco è impreziosito, nella sua controparte visuale, dalle splendide illustrazioni di Silvia Settepanella e dalla grafica di Francesca Di Giovanni. Com’è nata la collaborazione?
La parte grafica del mio disco è nata magicamente e davvero in modo fortuito. I disegni sono di Silvia e la grafica di Francesca, entrambe, due mie carissime amiche da tempo immemore. Sono di Roseto, due grandissime artiste. Silvia Settepanella quando mi ha proposto i suoi schizzi una sera a casa sua, tra un bicchiere di vino e una “cicerchia”, già vedevo il disco prendere forma, erano perfetti e riuscivano a far comprendere il doppio che c’è in me; da una parte una donna aperta a tante cose, sensuale, disposta a ridere e a scherzare, ma allo stesso tempo, che lo fa portandosi dietro esperienze che mi hanno spaccato a metà. E c’è il sentore che sia proprio la musica a curarmi, a suturare questo squarcio, la musica come terapia. E’ una cosa che mi piace ripetere in questi frangenti. Perché la musica può davvero curare gli stati dell’anima un po’ sbagliati e controversi. Francesca Di Giovanni, fotografa e adesso grafica 3D, è riuscita a creare un prodotto che colpisse davvero, ad assemblare le varie parti in modo organico e mai banale; soprattutto, si è occupata della parte meno poetica della realizzazione di un disco, quella della stampa. Insomma è stata fondamentale, sia per la sua esperienza di gusto e organizzazione, che per la sua grande dimestichezza con i mezzi grafici.
Che valore ha per te l’esecuzione di brani altrui? Sappiamo che hai proposto dal vivo alcune cover di grande intensità (Piero Ciampi, Elis Regina, Mark Lanegan, Portishead).
Mi piace moltissimo riproporre cover (anche e soprattutto semi-sconosciute) sia per farle conoscere al pubblico, sia per poter sperimentare un po’. Le scompongo come mi sono più comode e le ri-arrangio come le sento meglio. E poi insomma, danno sempre un po’ la direzione dove vuoi andare credo.
La cura per i testi, scritti di tuo pugno, denota il tuo amore per la tradizione della canzone italiana. Abbiamo colto nel segno?
I miei testi nascono in una maniera assai personale. Di solito comincio a suonare e poi naturalmente escono delle parole. E quelle sono i miei testi. Dunque non saprei dove rintracciare le mie influenze… Di certo non troppo legate ai cantautori, credo. Piuttosto più ai poeti veri e propri… Ricordo di aver cominciato a scrivere dopo aver letto Cardarelli a 6 anni con mia nonna. Lei mi faceva tenere un quadernino dove appuntavo in bella grafia le mie composizioni, le mie idee. Ho cominciato cosi, slegata dalla musica. Sono legata alla tradizione italiana per quanto riguarda forse, la musicalità, la scansione delle sillabe e per questo devo ringraziare Lucio Battisti.
Insieme a Umberto Palazzo ti sei cimentata nella rilettura di un classico di Domenico Modugno, “Amata terra mia”, dedicato alla città de L’Aquila, devolvendo i proventi per contribuire alle spese di ricostruzione post terremoto. Una ferita ancora aperta purtroppo.
Una grande ferita ancora troppo squarciata ahimè. Noi musici abbiamo dato il nostro aiuto per quanto possibile, realizzando questo singolo che pare sia in origine, un canto tradizionale. Ma c’è molta foschia anche intorno a questa vicenda. Per quanto mi riguarda, l’ho vissuto in prima persona ma da un’angolazione un po’ diversa. L’estate infatti, ho la fortuna di lavorare in un villaggio turistico il quale, in quel periodo, ha accolto quasi 1.500 aquilani. Ho potuto capire e vivere con loro il grande disagio, il grande abbandono e la grande disinformazione che ha accompagnato tutto l’accaduto. La volontà di voler non ricostruire una città come L’Aquila è inaccettabile, ma dovrebbe essere inaccettabile per tutti, non solo per gli aquilani. Più che altro perché stanno minando all’identità di cittadino, all’identità di comunità pensante e capace di cambiare da sola le proprie sorti.
Le cover d’eccezione, l’apertura di concerti (tra gli altri di Bugo e Moltheni) la tournee con Umberto Palazzo… un percorso sempre attento alle sfumature ci verrebbe da dire, non trovi?
Mi piace ricordare inoltre, l’apertura anni fa ad un ispiratissimo Federico Fiumani! Comunque, in realtà seguo sempre e solo ciò che penso e il mio istinto. E ho seguito anche un po’ l’onda che mi ha “acchiappato” e acciuffato nel 2007 appena tornata in Abruzzo, dopo 10 anni a Ravenna. Ho anche un gran rispetto per ciò che devo far ascoltare e aspetto sempre prima di proporre… Lascio sempre che l’idea maturi, in questo credo intervenga anche un po’ la mia insicurezza. Fin quando non colgo quel qualcosa che mi cattura e mi piace, l’idea resta ferma. Dentro di me invece, se funziona, scava e cammina.
Riesci a vivere di sola musica? Immaginiamo sia molto difficile considerando la crisi del settore ancora precedente all’attuale stallo economico…
Direi di no, non si vive di musica, come non si vive di archeologia. L’Italia ormai è affossata, non riesce a risalire e anche se ce la facesse, il merito sarà solo dei pensionati e di coloro che già arrancano ad arrivare a fine mese, spremuti fino all’ultima goccia. Io non possiedo nulla, eppure ho una gran voglia di fare, ma spesso ti chiedono di fare il meno possibile, per uniformarti con gli altri colleghi che magari hanno 30 anni più di te e che ormai, giustamente, sono stanchi di fare. E dovrebbero, quindi, andare in pensione. Torniamo sempre li: il problema è il sistema. Come ho accennato prima, ho la fortuna di lavorare l’estate, in un villaggio turistico in “front-office” (reception). Durante questo periodo, posso fare pochi live e tutti nella zona, perché non ce la faccio. Al contempo però l’inverno, da ottobre a maggio sono libera, dunque concentro tutto in questo periodo. Riconosco di essere molto fortunata. Anzi non mi far parlare troppo altrimenti non mi richiamano a lavorare.
Tags: Intervista Musica, Sandra Ippoliti
Ambiente jazz per la cantautrice


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Silvia Di Qualcosa
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